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STUDIO 28, Feltre BL Italy - Alberto Burri - 29 Giugno > 26 Agosto, 2018 @Artigian_Feltre

Alberto Burri

STUDIO 28

Via Mezzaterra 28 32032 Feltre (Belluno)

Tel. +39 349 8353549 e-mail: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

29 Giugno > 26 Agosto, 2018


Alberto Burri
Combustione 1965, cm. 64 x 48
La mostra presentata dallo STUDIO 28 in via Mezzaterra Feltre (BL) , nell’ambito della 32° Mostra Artigianato di Feltre, fa emergere chiaramente che per il grande artista umbro attraverso la tecnica della grafica non è una semplice trasposizione di motivi pittorici attraverso la riproducibilità, ma bensì, il terreno privilegiato di continua sperimentazione e rinnovamento. La serie delle Combustioni e la Serie dei Trittici B ed E, ivi presentate nello STUDIO 28, vennero realizzati attraverso magistrali accorgimenti nella fattura della lastra e nella stampa, ottenute con le tecniche dell'acquaforte e dell' acquatinta, talvolta supportate dalla stampa a rilievo su una carta di notevole spessore. Sono "ripetizioni simulate con cui Alberto Burri rinnova profondamente il panorama della grafica contemporanea. E va infine notato che in Burri l'idea di gruppi di opere riunite in cicli nasce proprio nella grafica, per poi trasmettersi , alla pittura, con un fecondo scambio di sperimentazioni.
“L’esperienza artistica di Alberto Burri può essere illuminata con un’espressione che si rifà al titolo di una delle più famose e cruciali opere del Novecento letterario: “ Alla ricerca della pittura perduta”. Questa espressione, più allusiva che esaustiva, di quanto negli anni Burri ha stratificato nel suo lavoro, e che per il suo autore, parlo di Marcel Proust, aveva un significato intimamente connesso con la memoria e con il tempo esistenziale, si può dire si sia dilatata in Burri, ma non solo in lui, in una ricerca spostata dal lessico tradizionale della pittura, dagli strumenti del suo linguaggio ordinario ad altro recuperato in modo da apparire occasionale mentre invece rappresentava il risultato di un’attenta e ostinata riflessione all’interno di sé”.
Enzo Siciliano Burri ben si colloca nella corrente artistica coniata nel 1952 dal francese Michel Tapies – Informale- che non significa informe o senza forma, bensì non formale o aformale. Tra gli artisti europei, e non solo, Fautrier, Dubuffet, Wols, Mathieu, Pollock, Karel Appel e gli italiani, Fontana e Burri, si alimenta la tendenza a infrangere qualsiasi schema figurativo, formale o geometrico, rivolgendo l’urgenza espressiva in un’esplosione di segni e materia cromatica. Si tratta di un linguaggio nuovo, emotivo e impulsivo, caratterizzato da un’estrema enfatizzazione dell’espressione individuale, cercando un’affermazione dopo gli anni bui della guerra e delle dittature. Alberto Burri è considerato come uno degli esponenti più significativi dell’Informale italiano di tendenza materica. Dal 1957 in poi, con la serie delle «combustioni», compie una svolta significativa nella sua arte, introducendo il «fuoco» tra i suoi strumenti artistici. Con la fiamma brucia legni o plastiche con i quali poi realizza i suoi quadri. In questo caso l’usura che segna i materiali non è più quella della «vita», ma di un’energia che ha un valore quasi metaforico primordiale – il fuoco – che accelera la corrosione della materia. Il contatto del maestro Burri con il figurativo, lo condurrà ad una fase di sperimentazione alta: l’occhio è attento, vigile sulle composizioni, sui processi alchemici che prendono vita, attraverso il fuoco, fulcro quest’ultimo della sua sperimentazione. Sarà proprio attraverso il simbolo del primordiale istinto naturale, quel fuoco che brucia e che attira a sé inesorabilmente l’animo umano, che lo porterà a considerare la combustione una delle tecniche onnipresenti nel suo fare artistico. Ecco che le sue vernici prendono vita, ma allo stesso tempo si raggrinziscono, si lacerano e si consumano, come se il tempo nell’immediato, avesse inesorabilmente fatto il suo corso. La casualità di questa tecnica verrà riproposta svariate volte da Burri, come atto risolutivo ad ogni forma, ad ogni immagine astratta che egli porterà a compimento. Le opere di Alberto Burri non hanno parole, agiscono a livello di coscienza immediata, non si traducono in simboli ma si riconoscono come tracce presenti nella nostra memoria Nella sua poetica è sempre presente, quindi, il concetto di «consunzione» che raggiunge il suo maggior afflato cosmico con la serie dei «cretti» che inizia dagli anni Settanta in poi. In queste opere, realizzate con una mistura di caolino, vinavil e pigmento fissata su cellotex, raggiunge il massimo di purezza e di espressività. Le opere, realizzate o in bianco o in nero, hanno l’aspetto della terra essiccata. Anche qui agisce un processo di consunzione che colpisce la terra, vista anch’essa come elemento primordiale, dopo che la scomparsa dell’acqua la devitalizza lasciandola come residuo solido di una vita definitivamente scomparsa dall’intero cosmo. Nell’opera di Burri l’arte interviene sempre «dopo». Dopo che i materiali dell’arte sono già stati «usati» e consumati. Essi ci parlano di un ricordo e ci sollecitano a pensare a tutto ciò che è avvenuto nella vita precedente di quei materiali prima che essi fossero definitivamente fissati nell’immobilità dell’opera d’arte. La poetica di Burri, più che il suo stile, hanno creato influenze enormi in tutta l’arte seguente. La sua opera ha radicalmente rimesso in discussione il concetto di arte, e del suo rapporto con la vita. L’arte come finzione mimetica che imita la vita appare ora definitivamente sorpassata da un’arte che illustra la vita con la sincerità della vita stessa. L’arte di Burri, ha anticipato di vent’anni, quei processi artistici che con lentezza ma con caparbietà, si faranno strada nel panorama artistico internazionale: la sua forza indagatrice, ha scrutato attraverso una visione magica ciò che stava per accadere: un profeta non solo delle sperimentazioni tecniche ma addirittura del pensiero a cui l’uomo a rilento e conseguendo innumerevoli sbagli, arriverà a sviluppare come reale.
Alberto Burri (Città di Castello, 12 marzo 1915 – Nizza, 13 febbraio 1995) dopo la laurea in medicina, conseguita nel 1940, nel corso della seconda guerra mondiale fu fatto prigioniero in Tunisia dagli americani e fu recluso nel campo di concentramento di Hereford (in Texas), dove cominciò a dipingere. Tornato in Italia nel 1946, si trasferisce a Roma dove l'anno successivo tiene la sua prima personale alla galleria La Margherita. Nel 1948, espone sempre nella stessa galleria, le prime opere astratte: Bianchi e Catrami. Nel 1949 realizza il primo Sacco. Nel 1950 comincia con la serie le Muffe e i Gobbi e utilizza per la prima volta il materiale logorato nei Sacchi. Nel 1950 Burri partecipa alla fondazione del Gruppo Origine, insieme a Mario Ballocco, Giuseppe Capogrossi ed Ettore Colla. Nel 1952 espone per la prima volta alla Biennale di Venezia, presentando l'opera il Grande Sacco. Con le mostre di Chicago e New York del 1953 inizia il grande successo internazionale. Nel 1954 realizza piccole combustioni su carta. Continua a utilizzare il fuoco anche negli anni successivi, realizzando Legni (1956), Plastiche (1957) e Ferri (1958 circa). Nel 1955 espone all'Oakland Art Museum e alla VII Quadriennale Nazionale d'Arte di Roma. Agli inizi degli anni sessanta si segnalano in successione ravvicinata, a Parigi, Roma, L'Aquila, Livorno, e quindi a Houston, Minneapolis, Buffalo, Pasadena, le prime ricapitolazioni antologiche che, con il nuovo contributo delle Plastiche, diverranno vere e proprie retrospettive storiche a Darmstadt, Rotterdam, Torino e Parigi (1967-1972). Gli anni settanta registrano una progressiva rarefazione dei mezzi tecnici e formali verso soluzioni monumentali, dai Cretti (terre e vinavil) ai Cellotex (compressi per uso industriale), mentre si susseguono le retrospettive storiche: Assisi, Roma, Lisbona, Madrid, Los Angeles, San Antonio, Milwaukee, New York, Napoli. Nel 1973 inizia il ciclo dei Cretti e su questo filone si colloca il sudario di cemento con cui rivestì i resti di Gibellina terremotata in un famoso esempio di Land Art. Nel 1976 inizia a lavorare ai Cellotex che lo vedranno impegnato per tutti gli anni a 80 allo sviluppo di questo filone artistico. Nel 1973 Burri riceve dall'Accademia Nazionale dei Lincei il "Premio Feltrinelli" per la Grafica, con la seguente motivazione: “per la qualità e l'invenzione pur nell'apparente semplicità, di una grafica realizzata con mezzi modernissimi, che si integra perfettamente alla pittura dell'artista, di cui costituisce non già un aspetto collaterale, ma quasi una vivificazione che accoppia il rigore estremo ad una purezza espressiva incomparabile”. Le sue opere sono esposte in alcuni fra i più importanti musei del mondo: il Centro Georges Pompidou a Parigi, il Solomon R. Guggenheim Museum di New York, la Tate Gallery di Londra, la Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea di Roma, Il Castello di Rivoli (TO), il Museo d'arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. Nel 2015 il Guggenheim di New York in collaborazione con la Fondazione Alberto Burri di Città di Castello accolse la più importante retrospettiva sull’artista.

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Orari di apertura : venerdi sabato domenica ore 10 20 (orario continuato)

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